La fusione e i fonditori

  

La lega di bronzo in cui sono realizzate le campane è, generalmente, composta da circa quattro parti di rame e una di stagno. Lo stagno ha la caratteristica di addolcire la sonorità, anche se rende la lega più morbida e quindi più ''vulnerabile'' ai colpi del battaglio, che è di ferro dolce. Normalmente si adopera quindi una lega costituita da stagno per il 22% e rame per il 78%.

Lo stagno potrebbe essere sostituito anche dall'argento, che conferirebbe certamente alla campana grandi qualità sonore, ma una lega contenente all'incirca il 20% d'argento avrebbe costi esorbitanti. L'argento è però talvolta presente, in percentuali minime, nella lega delle campane antiche per ragioni riconducibili all'abitudine, legata alla devozione popolare, di gettare monili d'argento e talvolta anche d'oro nel crogiuolo di colata dei ''sacri bronzi''; ovviamente tali minime quantità non potevano assolutamente produrre significative variazioni della sonorità delle campane.

Nel processo di fusione vengono utilizzate una forma in mattoni e creta detta ''maschio'', molto compatta e dura, che riproduce l'aspetto della parte interna della campana, a cui viene applicato uno strato di materiale argilloso misto a fibre naturali, meno duro e facilmente rimuovibile che riproduce la futura sagoma esterna. Su tale sagoma, detta ''falsa campana'', che costituisce la forma complessiva definitiva della nascente campana, mediante un sottile strato di cera vengono fissati i modelli delle decorazioni e delle iscrizioni. Il tutto viene quindi racchiuso da un'altra forma in creta, ''la camicia'', le cui pareti saranno determinate dalla finta campana completata dalle sovrastanti scritte, decorazioni e fregi applicati in cera, cui la falsa campana deve aderire perfettamente.

Si procede quindi alla cottura delle due forme in creta così sovrapposte; tale cottura provoca subito lo scioglimento del sottile strato di cera usata per le decorazioni, le cui impronte restano perfettamente impresse nella parete interna della camicia che in tal modo costituisce l'esatto aspetto esteriore (in negativo) della nascente campana.

Compiuta l'operazione di cottura, la camicia viene tolta per consentire la ripulitura del maschio mediante l'asportazione dello strato morbido che vi era stato applicato, creando quindi il volume e la forma che sarà occupato dalla colata del bronzo. Dopo questa delicata operazione, la camicia viene di nuovo perfettamente riconnessa al maschio e disposta nella buca di colata e il metallo fuso (temperatura di fusione 1100° C) viene finalmente fatto colare tra le due forme. Dopo il raffreddamento, che può durare spesso anche molti giorni, la forma viene aperta e la campana pulita e levigata appare completa per essere ammirata.

La fonditura delle campane è un'arte difficile e molto delicata e si basa innanzi tutto su un preciso progetto rappresentato, in estrema sintesi, dal profilo della campana, da cui dipendono la grandezza, la nota musicale, l'attonatura e la gradevolezza del suono.

Le campane venivano inizialmente fuse nei monasteri, ma intorno all'XI secolo cominciarono ad apparire i fonditori itineranti, figure spesso leggendarie, disposte a gettarsi nel crogiuolo se la fonditura non fosse riuscita alla perfezione. I più grandi fonditori del mondo furono i belgi e gli olandesi: i due massimi rappresentanti di questa categoria furono François e Pierre Hémony, due fonditori belgi del XVII secolo.

In Italia, i più celebri fonditori furono i maestri lucchesi, pisani e fiorentini: Vennes Pisanus Dainensis Aretinus tanto per citare i nomi più noti del XIV secolo.

Esistono famiglie che si sono tramandate quest'arte per secoli (i Campanato a Venezia fusero campane per tre secoli) e che continuano tutt'oggi. Nella lunga successione padre-figlio può naturalmente capitare che il figlio sia una figlia: le donne che si cimentarono con successo in questo tipo di artigianato furono numerose: ricordiamo Camilla, Pantasilea e Barbara, una dinastia di fonditrici di Sant'Angelo in Vado nelle Marche.

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